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Venezia e l’acqua di Colonia

Molti anni fa, avevo forse 20 anni,  un caro amico mi regalò per il  compleanno una bella boccetta di profumo di Acqua di Colonia.

Secondo il mio personale modo di vedere il mondo, il profumo, le penne stilografiche e i puzzle rientrano tra i regali senza personalità, di quelli che fai alle persone che non conosci.

Per il profumo in realtà la situazione  è ancora più complicata.

Essendo stato dotato da madre natura oltre che di un naso imponente anche di un olfatto estremamente sensibile, ho sempre goduto nell’annusare l’odore di chi mi sta appresso.

E non gradisco particolarmente i profumi perché sono un modo per nascondersi.

L’odore della pelle e dei capelli mi parla dell’interlocutore e dalla sua fragranza capisco alcuni aspetti altrimenti nascosti.

Il profumo, oltre ad ottundermi i sensi, mi impedisce di capire chi ho di fronte.

Oltre il fatto che in molti casi il profumo indossato  non si addice a chi lo porta.

Poiché non mi aspettavo un regalo di questo tipo da un amico, ho lasciato la boccetta dentro uno stipite polveroso e recentemente in uno dei miei ciclici ripulisti generale, l’ho presa e senza pietà l’ho gettata nelle immondizie.

Per coincidenza, la stessa sera ho trovato in casa un opuscolo in tedesco che parlava dell’anniversario dei  300 anni della nascita dell’acqua di Colonia (anniversario che è stato nel 2009: il che la dice lunga di cosa si trovi nel mio  comodino in camera da letto).

Siccome sono abbastanza affascinato da questi corto circuiti del destino, mi sono dato il compito di leggerlo fino in fondo.

L’invenzione del profumo per eccellenza di tutto il 1700 si deve probabilmente alla famiglia Farina, di elezione piemontese, che esercitava in Italia la professione del commercio e dal lato femminile  quella di profumiere.

La profumiera di famiglia era  nonna  Caterina Gennari, che aveva appreso l’arte di distillare l’alcool, estratto da vini pregiati fino a renderlo puro.

Costei viveva a Venezia e ospitò il nipote Giovanni Maria, capostipite dei profumieri,   nel 1699 nella città lagunare.

Giovanni, dall’olfatto estremamente sensibile uscì arricchito dall’esperienza olfattiva della città lagunare.

Immaginate cosa deve essere stata Venezia nel ‘700, il suo porto ricco di mercanzie odorose provenienti dall’oriente, i sacchi di caffè riscaldati dal sole, le sardine ad affumicare per le strade, l’odore dei forni che cocevano le gallette,  l’odore delle calli umide, la laguna ricca di sentori salmastri e di fiori selvatici.

Dopo quest’esperienza, e con il viatico della nonna, Giovanni fu inviato a Colonia, dove il fratello aveva aperto un’ufficio di rappresentanza commerciale e dove ci sarà la prima sede della g.b. Farina , il negozio della città da cui partirà dopo alterne fortune, culminate anche con un fallimento, la leggenda familiare.

Nel negozio si vendevano soprattutto oggetti di moda, tessuti e sete.

Nel registro civico, la merce a magazzino viene annotata come “roba francese”, oggetti quali argenti, seta, fermagli, cinture, parrucche, il campionario della cultura rococò.

Anche i profumi erano ricompresi in quella categoria.

D’altra parte non vi erano grandi alternative per uno straniero in una città tedesca.

Gli stranieri che godevano di diritti civili, a Colonia, non potevano far parte delle corporazioni ed esercitare i tipici mestieri, e per tale ragione era loro concesso di esercitare il commercio esclusivamente nei settori liberi dal monopolio delle corporazioni.

La “roba francese” era tra quelli.

Con un’ingegnosa tecnica commerciale, il profumo fu inserito tra i desiderata dell’alta società che ben presto andò ad acquistare oggetti di lusso  presso il negozio della famiglia: “ se faranno acquisto presso i fratelli Farina, lorsignori potranno ricevere in omaggio un fazzoletto intriso di delizioso profumo” recitava l’insegna apposta all’interno del negozio.

Come anche oggi, inventiva, arte, capacità commerciale, hanno fatto grande il prodotto italiano nel mondo.

Come diceva  Gian Maria Farina del suo profumo:Il mio profumo è come un mattino italiano di primavera, dopo la pioggia: ricorda le arance, i limoni, i pompelmi, i bergamotti, i cedri, i fiori e le erbe aromatiche della mia terra. Mi rinfresca e stimola sensi e fantasia“.

Non è nota la ricetta originale di tale acqua, che in origine veniva utilizzata per le sue proprietà curative, ma se qualcuno volesse cimentarsi nella prova si presuppone sia molto affine ad una variante che risale al 1830 (fonte wikipedia):
Essenza di bergamotto once 2
Essenza di Limone once 2
Essenza di Limetta once 2
Essenza di Arancio dolce once 1
Essenza di Petit grain once 1
Essenza di Cedro once 1
Essenza di Rosmarino once 1
Essenza di Lavanda once 1/2
Essenza di Neroli once 1/2
Cannella gros. 3
Spirito di Rosmarino once 8
Acqua di Melissa composta libbre 3
Alcol a 32 gradi libbre 12

Dopo aver chiuso l’opuscolo, mi è venuto il rimpianto di aver buttato quella boccetta di profumo: dentro c’era essenza dello spirito italiano e non, come spesso accade, un semplice prodotto commerciale.