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Nutrition facts e Italian sounding

Nutrition facts e Italian sounding

 

Quando vado a fare la spesa, mi soffermo per deformazione professionale a leggere le etichette dei prodotti che acquisto e rimango molte volte sconcertato dall’approssimazione con cui vengono compilate.  

In molti casi le etichette sono contrarie al dettato normativo, in altri casi sono truffaldine.

Segnalare tali evidenti  “incongruenze” sarebbe un diritto e un dovere del consumatore.

 

Dopo oltre 30 anni, il regolamento europeo che ha disciplinato le etichette ed ha regolamentato la pubblicità  dei prodotti alimentari ha lasciato il posto ad una nuova normativa.

La normativa è stata preceduta da un’aspra battaglia in commissione durata 4 anni, il che la dice lunga sugli interessi corporativi che ha smosso.

E’ risultata una riforma dilatata nei tempi – entrerà a regime tra 3 anni – con il pericolo di modifiche sostanziali prima della sua entrata in vigore.

 

Gli intenti della riforma (un’esigenza di semplificazione: racchiudere in un unico testo le singole normative in materia di salute, etichetta ed allergeni)  e i principi espressi  sono chiari:

– leggibilità delle informazioni principali (in molti casi le etichette hanno caratteri incomprensibili);

– informazioni nutrizionali ed energetiche obbligatorie,  volte a informare e limitare la dilagante obesità che sta colpendo l’Europa;

– notizie obbligatorie sulla presenza di allergeni (si calcola che il 5 % dei bambini della comunità soffrano di allergie alimentari);

 – ed infine, per taluni prodotti,  la notizia sull’origine e provenienza delle materie prime (ovvero il luogo dove gli ingredienti primari  hanno subito la loro ultima trasformazione sostanziale).  

Su questo ultimo punto si è avuto il vero scontro di interessi, perché la norma farebbe comparire in molti alimenti  la vera origine (soprattutto nelle carni e nei prodotti monoingredienti, come il grano della pasta).

Che impatto avrebbe per  il consumatore italiano, ad esempio,  sapere che la Barilla produce la pasta con il grano canadese anziché quello nostrano?

Il problema si è posto già nel mondo della moda, dove famose griffe facevano apporre in Italia  l’etichetta sul capo prodotto all’estero, così da poter affermare il made in Italy.

Per l’alimentare è un poco diversa la questione, in quanto un formaggio non si indossa, ma si mangia.

A parer mio non è tanto importante l’origine di un ingrediente per valutarne la qualità.

Sta all’azienda seria selezionare le materie prime che ritiene migliori per il suo prodotto, siano italiane o pure cinesi.

Tuttavia, è importante che il consumatore sia informato. 

L’indicazione di origine è  un baluardo per difendere il Made in Italy, soprattutto per quei prodotti nei quali l’omissione può indurre in errore il consumatore ( si faccia ad esempio il caso di una mozzarella tedesca venduta in Italia…) ovvero nei casi in cui le informazioni che accompagnano l’alimento possono far pensare che lo stesso sia stato prodotto in luogo diverso (noto è il caso del Parmesan).

In questi casi, la mancata indicazione del paese di origine della materia prima agevola il cosiddetto  ”italian sounding” , ovvero quel  fenomeno concorrenziale  che con immagini, descrizioni e associazioni di idee fa apparire il prodotto  come originario dell’ Italia.

 

Leggendo attentamente il testo normativo, ci si accorge che la riforma  è mancata in molti punti, sia perché vi è chiaramente espresso il principio che le legislazioni nazionali possono stabilire norme attuative differenti, così creando una inevitabile difficoltà alla libera circolazione delle merci e barriere all’importazione.

Sia perché dagli obblighi di etichetta  sono esclusi gli alimenti preincartati dalla grande distribuzione, che potrà (come già fa) acquistare all’ingrosso un prodotto, confezionarlo nel supermercato e non apporre una chiara etichetta in quanto  alimento destinato alla vendita diretta.

Pensate all’impatto  che avrà il principio sul consumatore, potendo la GDO continuare a vendere  carne, salumi e formaggi senza una chiara ed esaustiva etichetta informativa di origine e di composizione.

Il che tra l’altro è una concorrenza sleale verso i produttori privati , sottoposti agli obblighi più restrittivi di etichettatura.