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la fine del mondo ed il merluzzo

Ho letto di recente due libri che potrebbero essere buone idee di lettura per le prossime vacanze estive.

Non vorrei raccontarne la trama; del primo perché  per  quanto articolata ed avvincente sia la narrazione non ne racchiude il senso, contando di più l’emozione che si avverte alla fine della lettura; del secondo invece perché condensa nel piacere del racconto tutto il suo fascino.

Sono scritti da autori distanti culturalmente e geograficamente, uno giapponese ed uno veneziano.

Ne tratto perché parlano indirettamente entrambi di cucina.

Il primo in senso metafisico, come stato della coscienza, il secondo perché narra di  un’episodio curioso della storia di Venezia, la scoperta del baccalà, piatto caratteristico della cucina “moderna” della Serenissima.

Il primo libro si intitola “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”. Si divide in 2 storie distinte che si riuniscono alla fine in una sola trama.

I protagonisti sono  un uomo tecnologico (un cibernatico) e un filosofo (il Lettore di Sogni).

Il Cibernatico vive nel paese delle meraviglie: conosce per lavoro uno scienziato, che grazie a degli esperimenti sui crani degli animali, ha trovato il modo per eliminare il suono dal mondo. Tutte le grosse aziende vogliono impadronirsi della scoperta ed usarla per scopi propri. Il Cibernatico si trova in mezzo alla battaglia.

Il lettore di sogni invece, vive in una città alla fine del mondo, un luogo dove la gente si deve privare della propria ombra e del cuore. Egli ha il compito di leggere i sogni custoditi nei crani degli unicorni.

I due uomini hanno destini incrociati e alla fine si incontreranno…
il libro è ricco di suggestioni propri della letteratura classica: il sogno, l’ombra, il mondo reale e quello ideale ecc.
Il paese delle meraviglie, che di meraviglioso ha ben poco, sembra avere tutte le caratteristiche della società contemporanea: vi sono lotte di potere, tentativi di imbrigliare la scienza da parte dei potenti e di superare ogni limite da parte della scienza, omicidi, intimidazioni, violenze.

Il secondo mondo assume invece i vaghi contorni di un sogno utopistico: non ci sono morti né sopraffazioni, non c’è odio né infelicità, ma mancano l’amore, la gioia, la speranza, la vita insomma.

Il piccolo spunto di riflessione a tema culinario riguarda Il personaggio principale, il Cibermatico, persona metodica e malinconica che ha un amore tenero per le piccole cose della quotidianità: “…Non c’è nulla che mi piaccia di più di quel breve intervallo di tempo che va da quando mi infilo nel letto a quando mi addormento. Mi porto qualcosa da bere, ascolto la musica, leggo qualche pagina. E’ un piacere immenso, come un bel tramonto o l’aria pura e pulita…”.
E in questa vita semplice, travolta dagli eventi, entra prepotente anche il cibo.

Il cibernauta contempla con ammirazione il cibo ed il suo mondo, ne apprezza la concretezza e l’appagamento dei sensi che crea in chi lo assume.

Il cibo ed il sesso sembrano in questo mondo estraniante le uniche cose reali e degne di essere vissute.

Il Cibernauta ad esempio ama le donne grasse, ne apprezza le doti amatorie, e quello stato di piacevole confusione che la visione del  grasso gli trasmette “…la donna grassa è come una nuvola che solca il cielo…tenere la testa posata sulla sua anca era come stare sdraiati su di un campo in primavera .. le sue cosce erano morbide come futon…i giovani devono nutrirsi bene ed ingrassare, l’esistenza diventa più completa, la libido aumenta e i cervello funziona meglio..”.

E se anche nel libro ama una donna magrissima, questa ha un appetito formidabile e riesce a mangiare in un’ora quanto il malcapitato si sarebbe preparato in una settimana.

Ho trovato in questo libro oltre ad una profonda analisi dei valori dell’esistenza anche un’ironica  trattazione del tema cibo in una forma nuova e di una freschezza assoluta.

Lascio a voi  scoprire queste tracce nel libro.

Alla larga da Venezia è il secondo libro di cui vorrei parlarvi.

E’ un libro di due scrittori veneziani, Franco Gilberto, cronista veneziano, e Giuliano Piovan, capitano di lungo corso.

Narra di un nobiluomo veneziano  tal Piero Quirino  capitano di una nave scomparsa al di la dello stretto di Gibilterra.

A Venezia lo si credette morto annegato, ma sorprendentemente diciannove mesi dopo la sua partenza ritornò in patria con i pochi compagni d’avventura rimasti, dopo un lungo percorso a piedi attraverso la Svezia e la Germania.

Nell’avvincente trama del libro si mescolano tormentose storie d’amore, burrascose vicende marinare e soavi momenti di quiete lagunare e norvegese.

Lo scarno resoconto storico (di cui è rimasto lo scritto conservato nella Biblioteca apostolica vaticana) viene dagli scrittori fatto rivivere ed ampliato con i dettagli psicologici dei personaggi, con avventure di contorno e sottotrame che rendono vivo sia il linguaggio del quattrocento che la vita veneziana ricca di fermenti culturali.

Oltre che per la trama, si richiama uno degli episodi più importanti della cucina Veneziana, la scoperta del baccalà.

La Serenissima fece conoscenza di questa ottima pietanza, prima prerogativa dei vichinghi, solo nel XV secolo per un caso fortuito grazie appunto al capitano Pietro Querini, di cui viene annotato l’episodio nella sua cronaca di viaggio.

Il nobiluomo Querini, mercante, armatore e spericolato navigatore,verso la fine del 1431 salpò dall’isola di Candia, l’attuale Creta, facendo rotta per le Fiandre, dove intendeva fare buoni affari piazzando 800 barili di vino Malvasia. Giunto a Cadice, a scombinare le carte ci pensò una terribile tempesta che arrivò a rompere gli alberi e le vele, e a rendere inutilizzabile il timone, mandando così i poveri Veneziani alla deriva e completamente fuori rotta. L’imbarcazione superstite, con il capitano a bordo,  fu sospinta fino all’arcipelago norvegese delle Lofoten, situato un centinaio di chilometri oltre il Circolo Polare Artico.

I naufraghi furono raccolti e ospitati dai pescatori del luogo e dalle loro famiglie, e là rimasero, distribuiti nei capanni:

“Gli isolani, un centinaio di pescatori, si dimostrarono molto benevoli et serviziosi, desiderosi di compiacere piu’ per amore che per sperare alcun servitio o dono… vivevano in una dozzina di case rotonde, con aperture circolari in alto, che copron di pesce; loro unica risorsa è il pesce che portano a vendere a Bergen”.

L’intelligente marinaio notò subito il modo di conservare i merluzzi –

che egli definisce stocfissi – annotando per primo che, dopo averli fatti essiccare questi diventavano duri come il legno: “Quando si vogliono mangiare li battono con il rovescio della mannara, che li fa diventar sfilati come nervi, poi compongono butirro e specie per dargli sapore…”.

Partendo da Rost per tornare in patria, Querini ebbe l’accortezza di portare con se’ un campionario di stoccafissi e baccala’ e giunto finalmente a Venezia cerco’ di illustrare ai concittadini l’utilità e i pregi di quel pesce secco, del quale aveva fiutato le grandi possibilità commerciali, aprendo di fatto un commercio di tale mercanzia con il Nord Europa.

Se vi interessa la storia di Venezia, è un libro assolutamente da leggere.

Se avete letto anche voi questi libri, fatemi sapere il vostro parere.

A presto.

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