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la casa di Ninetta e l’Alzheimer del cuore

Ho visto venerdì sera uno spettacolo teatrale di Lina Sastri “la casa di Ninetta” che racconta con squarci di rara bellezza  situazioni e  personaggi che compongono la famiglia  dell’attrice.

Si tratta di un’affabulazione  che  mi ha sinceramente commosso.

Una serie di  sedie rosse in scena squarciano il buio, che fa da sfondo all’intimità del racconto.

Una donna minuta vestita di bianco entra con in mano una sigaretta e si appresta a dialogare con la madre.

Una voce di  signora antica fa da sottofondo a quell’entrata, accompagna cantando i movimenti dell’attrice e i momenti più tristi.

E’ la voce cantata della madre morta che anticipa e si sovrappone a quella della figlia. Nella canzone le due diventano una sola persona. Nel canto entrambe trovano la loro libertà.

Si tratta di un copione dell’anima. La confessione di una figlia.  Il perdono chiesto da una figlia.

Mai patetica, a volte cruda (quando tratta il tema dell’aborto e della violenza del padre  sulla madre) la narrazione utilizza come filo conduttore la malattia della madre, l’Alzheimer, trattata con gioiosa dolcezza.

Ninetta è una madre libera, senza preconcetti, di una bellezza abbagliante, che fa da schermo e scudo alla figlia e al fratello contro un padre violento e vile.

Il dolore della perdita innesca la malattia della memoria che porta via a poco a poco anche il ricordo delle persone che la amano.

Sono andato allo spettacolo perché mi interessava la tematica, avendo avuto mia nonna sofferente dalla medesima malattia.

Mi sono dovuto confrontare invece con un dramma familiare e con un monologo che è al tempo stesso sfogo e liberazione per l’autrice ed attrice (la piece è tratta da un suo libro).

E con l’attrice condivido gli stessi problemi e sensi di colpa, quello stato d’animo tipico dei familiari, di chi sente che avrebbe potuto fare di più, alleviare maggiormente la solitudine di un’anima persa, quel grido muto di chi non ricorda più il suo dolore.

Nello spettacolo, che dura più di un’ora, potrete trovare molte cose: sicuramente amore e coraggio e voglia di vivere, solitudine, umanità calpestata e maltrattata.

Vorrei annotare soltanto alcune brevi sensazioni che mi hanno attraversato la mente mentre assistevo allo spettacolo.

La prima. L’alzheimer è una malattia che colpisce soprattutto le donne. Nel caso in questione (ma in sincerità vi sono notevoli analogie con la vita di mia nonna) la malattia  proviene da una prolungata sofferenza patita in famiglia e forse è per questo che la malattia tocca soprattutto le donne, che a differenza di noi uomini soffrono quasi sempre in silenzio.

La seconda. Mi ha colpito l’insieme di colori, paesaggi, odori, sapori con cui Lina Sastri è riuscita a rievocare la madre. Quanto ci  leghi a chi amiamo una serie di comportamenti quotidiani, di riti familiari che vengono tristemente accentuati dalla malattia (accendere e spegnere il fornello, aprire e chiudere ossessivamente le finestre ecc.), e perché no, un tipo di cucina, un  odore di minestra o di condimento che si attacca ai vestiti e che fa tutt’uno con la persona che amiamo.

Per questo forse, a completamento di questo percorso narrativo, dopo il libro e lo spettacolo teatrale, la Sastri ha sentito la necessità di aprire un ristorante intitolato alla madre.

Il mio animo candido mi impedisce di pensare che si tratti di un’operazione meramente commerciale, ma che sia un ulteriore nodo della memoria che viene sciolto e liberato.

Consiglio a tutti di vedere lo spettacolo. Una lezione di vita e di teatro.