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Il latte che beviamo

Latte, pane, pasta, olio, sono gli alimenti che introduciamo più spesso nel nostro organismo e per i quali dovremmo fare grande attenzione nell’acquisto.

Prendiamo ad esempio il latte.

Noi conosciamo comunemente la differenza tra latte intero e latte scremato o tra latte pastorizzato e latte crudo, ma alcune differenze riguardano soprattutto gli alimenti con cui vengono nutriti gli animali.

Sempre più spesso si trovano come claim del latte prodotto dalle stalle altoatesine l’espressione “latte prodotto senza insilati”.

Il che presupporrebbe che questa assenza sia un bene e che il latte sia di maggiore qualità.

L’insilato è il prodotto di una tecnica di conservazione del foraggio verde (l’insilamento) che si realizza mediante acidificazione della massa vegetale  ad opera di microrganismi anaerobi.

In parole più semplici, si taglia il fieno e lo si mantiene a lungo in un ambiente privo di aria (silos o tendone di gomma)  dove dei batteri che lavorano in ambienti privi di ossigeno lo modificano dal punto di vista organico.

Avrete visto spesso in alta montagna delle balle di fieno coperte da spesse fasce di plastica: quelle coperture  permettono  il  processo chimico di fermentazione.

Gli obiettivi che portano a conservare un foraggio sotto forma di insilato sono molteplici, primo fra tutti l’esigenza di conservare il foraggio  per i periodi di carenza. Inoltre questa  conservazione comporta la disponibilità di un foraggio più ricco di sostanze nutritive  rispetto al fieno e ne diminuisce le perdite per deterioramento negli antichi fienili.

Tutto bene? Si e no.

Uno dei problemi dell’uso degli insilati nell’ alimentazione delle mucche  è dato dalla qualità finale; se il prodotto viene fermentato correttamente secondo uno specifico metodo, se ne potrà fare un uso corretto. Ma se il prodotto non viene bene, è probabile che verrà usato ugualmente in mancanza di adeguati controlli, creando all’uomo e all’animale seri danni.

Un altro problema è dato dall’inquinamento causato dalle  spore dell’insilato, che potrebbero arrivare al latte, compromettendone  di fatto la qualità. Situazioni come questa si verificano principalmente quando si munge “a secchio” o a mano dentro una stalla in cui l’alimentazione dei ruminanti prevede la somministrazione di insilati che possono  trasmettere a certe condizioni tramite il latte il  bacillus cereus,  il botulino, la listeria  e tossine shiga …

Infine, il cattivo insilato  o l’insilato eccessivamente impiegato,  danneggia gravemente la mucca stessa.  Si tratta infatti di un prodotto acido, che va a sostituire l’erba nei periodi di carenza. Il ruminante vive invece in  un ambiente che deve tendere a mantenere un equilibrio prossimo alla neutralità. Si è quindi costretti ad intervenire chimicamente con dei tamponi per mantenere il pH neutro del ruminante.

Da un lato  si altera il normale processo fermentativo del fieno per aumentare il profitto del campo e dell’allevamento  e dall’altro si deve intervenire anche  sull’animale: un vero assurdo, tipico delle economie di scala.

A mio avviso, nel dubbio su di un corretto processo di fermentazione,  è meglio scegliere un latte con tecniche antiche ma che risulta certamente più rispettoso dell’animale e potenzialmente meno pericoloso per la salute.

Attenti sempre dunque all’etichetta !

Fonte : informatore agrario 14/2014 ; Quaderni zootecnia regione Piemonte 2016

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